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Intervista di Giulia Boschi, 25 maggio 2015

Tra tradizione e rivoluzione, la Sossio Banda si racconta a Musicultura

Dai territori dell’Alta Murgia pugliese la Sossio Banda calca il palco della XXV edizione del Musicultura Festival, animandolo con ritmi percussivi e travolgenti e melodie di grande intensità.I suoi brani di denuncia su tematiche sociali molto attuali racchiudono sempre una speranza di cambiamento e il sogno, o “sugne” – come direbbero loro -, di poter un giorno vivere in un mondo migliore, senza distinzioni ed emarginazioni.

Il vostro primo album,Sugne, composto da 11 tracce, è uscito dopo 5 anni di intensa attività. Che cosa avete messo di questo lungo periodo nel disco e perché si chiama “sogno”?
Tutta la nostra vita degli ultimi 5 anni: i concerti live, gli incontri fatti, gli scambi con musicisti provenienti da altri paesi e l’avvicendarsi, all’interno del gruppo, di vari musicisti che hanno dato il loro contributo umano e artistico a questo lavoro. Un disco non è fatto solo di parole e accordi, ma anche e soprattutto di tutto quello che si vive. Abbiamo deciso di chiamare l’album Sugne, come una delle canzone in esso contenute, un po’ perché è un brano che ci ha sempre portato fortuna, e poi perché incarna quello che è lo spirito del disco: sognare e voler combattere per vivere in un mondo migliore. Noi, nel nostro piccolo, lo facciamo con la musica; altri dovrebbero farlo a livello politico e mediatico. Se ognuno facesse il proprio lavoro e il proprio dovere, probabilmente riusciremmo a vivere in un mondo migliore.

Suonate anche all’estero: come reagiscono le persone alle musiche e ai ritmi pugliesi?
I nostri pezzi non sono basati su ritmi spudoratamente popolari. Certo, le basi sono le stesse della tamorra, ma i suoi ritmi vengono stravolti, scomposti, riarrangiati, ricercati. All’estero il nostro genere è apprezzato dal pubblico proprio perché quest’ultimo riesce a capire che c’è un’impronta tradizionale negli strumenti e nel dialetto, ma anche un’impronta di ricerca e innovazione, pur sfruttando le potenzialità e le sonorità degli strumenti tradizionali.



Muretti a secco è un album realizzato da Francesco Sossio nel 2007, uscito in allegato con il libro omonimo, attraverso cui è nata la Sossio Banda. Perché la scelta di passare da un progetto solista ad una band?
In realtà Muretti a secco non è un album vero e proprio, ma una ricerca fatta andando a fondo nelle nostre radici: una volta tornato a casa, dopo essere stato tanti anni fuori, avevo bisogno di riscoprirle. Muretti a secco è stato il punto d’inizio, perché da lì io sono ripartito. Non è un progetto musicale, non un album da solista, ma un progetto di ricerca. In allegato ci sono un libro di raccolta di testi tradizionali e un documentario storico-musicale, in cui sono presenti delle interviste a persone anziane che cantano, ma soprattutto raccontano, le loro esperienze di vita. Ci siamo divertiti a reinterpretare la tradizione in alcuni brani, e a scrivere l’inizio di nuove canzoni partendo sempre da essa. Non è un album da solista, in realtà il primo vero album della Sossio Banda è questo, perché incarna il vero spirito del gruppo qual è ora. Quello è stato il vero e proprio punto di partenza della nostra ricerca.

Quale tra le tracce presentate a Musicultura vi rappresenta meglio?
Sono tre brani molto diversi tra loro, anche se trattano di tematiche sociali. Ti risponderei tutti e tre, perché in ogni pezzo mettiamo una parte di noi, della nostra anima, quindi non riesco a privilegiarne uno rispetto ad un altro. Potrei dire “Sugne” perché è il nostro sogno e da lì si sviluppano molti altri temi, ma in reltà non ce n’è uno in particolare.

Nella prima strofa di “Schiavo senza padroni” dite: “Quella che mi comanda è la paura”. Paura di cosa?


La paura di combattere un pensiero e una mentalità che rendono le persone schiave, pur non avendo dei padroni reali. Siamo schiavi di una mentalità, di un modo di pensare, ma dobbiamo reagire a questa situazione che vede la gente rassegnata al fatto di poter andare avanti solo attraverso una raccomandazione. Non dobbiamo aver paura di parlare e di denunciare situazioni spiacevoli, per non dire criminali, e nasconderci nell’omertà. Non dobbiamo aver paura di reagire e di rimanere nella nostra terra per cercare di costruire qualcosa di buono. Questo significa essere schiavi senza padroni: un nuovo tipo di schiavitù, però ugualmente duro.

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